C.S. Lewis, Diario di un dolore, Adelphi, Milano 1990
(orig. A Grief Observed, 1961)
«È l'atto di vivere che è diverso in ogni momento. La sua assenza è come il cielo: si stende sopra ogni cosa.»
(p. 29)
Di libri sul lutto abbondano gli scaffali delle librerie reali e virtuali.
Di libri su come superare il lutto, come ricominciare a vivere, tornare a essere felici dopo il lutto.
Bene.
Ma è bene anche che vi siano i libri come quello di C.S. Lewis.
Almeno per me è stato un bene.
Forse potrebbe esserlo anche per qualcun altro.
È per questo che ne scrivo.
Personalmente continuo a trovare la traduzione letterale del titolo migliore di quella effettivamente usata in italiano.
Perché il libro di C.S. Lewis è null’altro se, null’altro da, niente di più e niente di meno di: un lutto osservato.
Ma questo chiaramente non ne altera la sostanza.
In Diario di un dolore, così il titolo in italiano: non c’è consolazione.
Le pagine di Lewis non sono il luogo, non sono il tempo della consolazione.
Perché potrebbe capitare in questa vita – di fatto a me è capitato – di non voler affatto essere consolati, perché per certe cose evidentemente consolazione non c’è.
Lewis non offre vie d’uscita. Non offre soluzioni.
Lewis scrive: «Suvvia, a che serve svicolare? Siamo sotto la lama, senza possibilità di fuga. La realtà, guardata fissamente, è insopportabile.» (p. 34)
Il libro di Lewis è un’incursione lucida, a tratti atroce e forse proprio per questo così potente, nell’esperienza dell’assenza.
L’esperienza del vuoto lasciato da chi muore e vissuto da chi resta.
Come ho già scritto, non è tanto per dire che Lewis mi ha tolto le parole di bocca.
Nonostante tutta la possibile distanza tra noi. Distanza temporale, geografica, di genere, professione ecc...
Le parole di bocca come io fossi stata lui e lui fosse stato me.
Le pagine di C. S. Lewis sono il tempo e lo spazio che si fermano quando qualcuno muore, quando attorno a noi tutto sembra proseguire nella più assoluta normalità.
Sono ciò che spesso si preferisce non sentir dire.
Ciò che il nostro tempo e il nostro spazio spesso ci inducono a celare, nascondere, rimuovere.
Ma che reclama invece, in tutta la sua autenticità, di venir espresso.
C'è una frase che restituisce forse meglio di altre questo stato di cose, oltre al fatto che la prima pubblicazione del testo è avvenuta sotto pseudonimo.
La frase: «Queste righe le ho scritte ieri sera. Più che un pensiero, è stato un urlo.» (p. 37)
In quanto cattolico convinto Lewis rifugge le tematiche della comunicazione, dei contatti con i defunti anche se, in alcuni passaggi, sembra ne sia stato perlomeno sfiorato.
Ad ogni modo la sua convinzione, la sua fede religiosa vengono messe a dura prova, fino a vacillare nelle loro fondamenta, quando a morire è sua moglie, quando il cancro è ancora una pressoché certa condanna a morte.
Scrive C, S, Lewis; «Solo un rischio vero mette alla prova la realtà di una convinzione. A quanto pare, la fede (ciò che io credevo fosse fede) che mi permette di pregare per gli altri morti mi è sembrata forte solo perché non mi è mai importato granché, non mi è mai importato disperatamente, che quei morti esistessero o no. Eppure ero convinto del contrario.» (p. 29)
E; «[...] non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite. (p. 31)
Seppure non in senso religioso, devo dire che anche da questo punto di vista mi sono trovata sulla sua stessa linea, Tutto, e se non tutto gran parte di ciò che io pensavo di sapere, di conoscere, di aver imparato: si è rivelato assolutamente inadeguato di fronte all'esperienza della morte e del lutto.
Sconsiglio di leggere Diario di un
dolore nelle fasi acute del lutto o quando il dolore torna a travolgerci. Consiglio di rimandarlo a momenti di maggiore lucidità, quando essi ci saranno/torneranno.
Forse il libro di Lewis può essere utile anche a molti addetti ai lavori del settore del lutto.
Forse può essere utile a chi si trova vicino a una persona che sta vivendo un lutto.
Infine alcuni tra i suoi passaggi che, nella mia esperienza, restano fra i più significativi.
Tornerò a parlare in altri post di Diario di un dolore o, come a me piace chiamarlo, Un lutto osservato.
«Tra me e il mondo c'è una sorta di coltre invisibile. Fatico a capire il senso di quello che mi dicono gli altri. O forse, fatico a trovare la forza di capire. È così poco interessante. Però [...] Ho il terrore dei momenti in cui la casa è vuota» (p. 1)
«E nessuno mi aveva mai detto della pigrizia del dolore, [...], ho orrore di ogni sforzo, anche minimo. Non dico scrivere, ma perfino leggere una lettera è troppo. Perfino farmi la barba. Che importa ora se la mia guancia è liscia o ruvida?» (p. 11)
«E il dolore assomiglia sempre alla paura. Forse, più esattamente, alla tensione. O all'attesa: andare su e giù in attesa che succeda qualcosa. Dà alla vita una sensazione di perenne provvisorietà. A che scopo cominciare qualcosa? Non ne vale la pena. Mi è impossibile stare fermo. Sbadiglio, cincischio, fumo troppo. Prima avevo sempre troppo poco tempo. Adesso non c'è altro che tempo. Tempo quasi allo stato puro, vuota sequenzialità.» (p. 40)
«In effetti è probabile che quello che, se avverrà, io chiamerò «ripristino della fede »'non sarà altro che un nuovo castello di carte. E per scoprirlo dovrò aspettare il prossimo colpo ... » (p. 46)
«Avevo pensato di poter descrivere uno stato, [...] Invece ho scoperto che l'afflizione non è uno stato, ma un processo, [...] Ogni giorno c'è qualche novità da registrare. Il dolore di un lutto è [...] una valle tortuosa dove qualsiasi curva può rivelare un paesaggio affatto nuovo. [...] A volte la sorpresa è di segno opposto: ti trovi di fronte lo stesso paesaggio che pensavi di esserti lasciato alle spalle chilometri prima.» (p. 67-68)
