Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano 1978
(orig. Essais sur l'histoire de la morte en Occident, 1975)
«Il vecchio atteggiamento per cui la morte è al tempo stesso familiare, vicina e attenuata, contrasta troppo con il nostro in cui la morte fa paura al punto che non osiamo più pronunciarne il nome»
(p. 26)
Il libro di Philippe Ariès è una raccolta di saggi in cui lo storico francese ripercorre e documenta l'evoluzione degli atteggiamenti sociali verso la morte.
Così per noi esseri umani della sempre più fluida e virtuale era e, ancor più per le cosiddette ultime generazioni, può essere sorprendente venire a sapere che c'è stato un tempo, un tempo lunghissimo, un tempo durato secoli in cui: la morte non era un tabù.
Il lungo tempo della morte addomesticata degli uomini Antichi e di quelli del primo Medioevo è il tempo dalla concezione collettiva del destino e della socializzazione che non separa l'uomo dalla natura, il tempo in cui:
«La familiarità con la morte è una forma di accettazione dell'ordine naturale [...]»
(p. 34)
Per oltre un millennio la morte è avvenuta in casa in una sorta di vera e propria cerimonia pubblica ritualizzata e presieduta dal malato-morente stesso e alla quale assistevano, oltre al prete, i familiari, gli amici, i vicini, i bambini! Scrive ancora Ariès:
«Quando si pensa alle precauzioni che si prendono oggi per allontanare i bambini dalle cose della morte!
Infine, ultima conclusione, la più importante: la semplicità con cui i riti mortuari venivano accettati e compiuti, in modo cerimonioso, certo, ma senza carattere drammatico, senza eccessiva emozione. [...] non facevano i fanfaroni, non si ribellavano, non si vantavano che non sarebbero morti mai, accettavano tutti la morte con calma [...] Non differivano la resa dei conti, anzi si preparavano, in silenzio e piano piano [...] Spiravano tranquilli, quasi traslocassero [...].»
(pp. 25-26)
Un'unica eccezione a tutto questo: la cosiddetta morte terribile. Come la peste. Come la morte improvvisa.
Allora: «occorreva presentarla come eccezionale, non parlarne.» (p. 18)
Forse è questo l'unico punto di continuità con oggi.
Perlomeno questa è stata la mia esperienza.
La mia esperienza è stata quella per cui proprio quando la morte irrompe in circostanze improvvise, drammatiche, innaturali, tanto maggiore è il tabù di cui essa viene circondata.
Ma in questo caso, nel caso del nostro tempo e del nostro spazio, si tratta solo della: punta dell'iceberg.
Per il resto non potrebbe esservi distanza maggiore tra la rappresentazione della morte addomesticata e la nostra moderna rappresentazione della morte.
Non a caso i saggi ad essa specificamente dedicati nella prima e nella seconda parte del libro, portano i titoli: La morte proibita e La morte capovolta.
Quest'ultimo ha anche un sottotitolo: Il cambiamento delle attitudini davanti alla morte nelle società occidentali.
Si tratta di un punto su cui Ariès torna più volte.
Il vero e proprio cambiamento, il progressivo allontanamento della morte dalle cose della vita, la sua evacuazione per riprendere un altro termine usato dallo storico (p. 217), è una prerogativa, un tratto peculiare, unico del secolo scorso.
Se prima dei cambiamenti ci sono sì stati, questi non hanno però messo in discussione le fondamenta della morte familiare, vicina, addomesticata.
Le cose cominciano davvero a cambiare quando la morte fuoriesce dall'ambiente domestico, quando essa abbandona lo spazio di vita comune, familiare, ordinario, quando la morte abbandona la casa del morente e dei suoi prossimi per approdare - e lì rimanere - nello spazio distaccato, dislocato, altro rispetto al consueto scorrere della vita che è: l' ospedale,
Quel che a noi oggi risulta familiare è molto più questo:
«La morte in ospedale non è più occasione di una cerimonia rituale che il moribondo presiede, [...]. La morte è un fenomeno tecnico ottenuto con l'interruzione delle cure, [...] con una decisione del medico e dell'équipe ospedaliera. Da molto tempo, del resto, il moribondo ha perso conoscenza. La morte è stata scomposta, frazionata in una serie di piccole tappe di cui, in definitiva, non si sa quale sia la morte vera, quella in cui si è perduta la conoscenza, o quella in cui è venuta meno il respiro... Tutte queste piccole morti silenziose hanno sostituito e cancellato la grande azione drammatica della morte, e nessuno ha più la forza o la pazienza di attendere per settimane un momento che ha perduto parte del suo significato.»
(p. 70)
Per quanto mi riguarda, ancora oggi posso chiedermi quando sarebbe morto Christian, se non fossero stati i medici a decidere. Quale sarebbe stato il vero momento della sua morte? E pensare che in tutto questo non potevano fare scelta più appropriata. per quanto curioso il termine possa sembrare e per quanto, è chiaro, tutto questo per la medicina non conta nulla, assolutamente nulla.
Ma il fatto che «si muore all'ospedale, e da soli» (p. 69) non è bastato in sé ad allontanare e man mano a rimuovere l'evento morte dalle cose della vita.
Nelle culture via via più industrializzate, urbanizzate, dominate dalla ricerca del profitto e contrassegnate dall'abbassamento del rischio, infatti, il progressivo allontanamento della morte, della rappresentazione della propria morte e di quella dei propri cari dal quotidiano, risponde e si fa tutt'uno con l'emergere del dovere singolo e collettivo alla: felicità.
Scrive Ariès: «[...] poiché ormai è generalmente ammesso che la vita è sempre felice o deve sempre averne l'aria» (p. 69)
Il passaggio successivo è stato per me poi ancora fondamentale per capire come e perché vanno oggi le cose della morte e del lutto. Come ho già scritto altrove, è stato profondamente liberatorio leggere:
«Una causalità immediata salta subito all'occhio: la necessità d'essere felici, il dovere morale e l'obbligo sociale di contribuire alla felicità collettiva evitando ogni causa di tristezza o di noia, dandosi l'aria di essere sempre felici, anche se si tocca il fondo della desolazione. Mostrando qualche segno di tristezza, si pecca contro la felicità, la si rimette in discussione, e allora la società rischia di perdere la sua ragion d'essere.»
(p. 74)
Su questa base, e soltanto su di essa può installarsi il terzo passaggio del capovolgimento: il rifiuto del lutto.
Anche per quanto riguarda il dolore della perdita, infatti, il contesto della morte moderna si muove nella direzione esattamente opposta a quella di lunghe epoche precedenti - un'inversione unica nella storia -, per cui esattamente come con l'evento morte in sé: ciò che prima veniva mostrato deve venir, ora, celato.
«Oggi, alla necessità millenaria del lutto, più o meno spontanea o imposta secondo le epoche, è succeduta verso la metà del XX secolo la sua proibizione. Nel corso di una generazione, la situazione si è capovolta; ciò che era imposto dalla coscienza individuale o dalla volontà generale, è ormai proibito. Ciò che era proibito è oggi raccomandato. Non è più conveniente ostentare il proprio dolore o anche solo aver l'aria di provarlo. »
(p. 206)
Mai nessuno si sarebbe prima aspettato che la persona in lutto continuasse a vivere esattamente come tutti gli altri giorni, come prima della perdita e come se questa mai fosse avvenuta: è esattamente questo, invece, che oggi viene richiesto, ma vorrei dire per molti versi imposto, a chi vive un lutto. Si comprenderà, ancora una volta, il senso del capovolgimento.
Il tempo del lutto aveva effettivamente lo scopo di schermare dal resto della società la persona che viveva il dolore per la perdita, consentendo lei di sbollire, di mitigare almeno gli eccessi, almeno la fase acuta del dolore, scrive Ariès, «al riparo dal mondo» (p. 203).
Per lunghe epoche in precedenza il lutto è stato un periodo necessario di cui la società imponeva il rispetto e l'osservanza, addirittura nei casi in cui il dolore non era davvero sentito. Il lutto è stato per secoli «il dolore per eccellenza» (p. 201),
Nella morte moderna, nella morte proibita, nella morte capovolta il lutto «è divenuto uno stato morboso che bisogna curare, abbreviare, cancellare.» (p. 79)
Tutto ciò che a noi oggi risulta familiare. è questo:
«[...] si cerca di ridurre al minimo di decenza le inevitabili operazioni destinate a far sparire il corpo. Importa innanzitutto che la società, il vicinato, gli amici, i colleghi, i bambini si accorgano il meno possibile che la morte è passata. Se vengono mantenute alcune formalità, [...] esse debbono essere discrete [...]. Non si portano più abiti scuri, non si adotta più un atteggiamento diverso da quello di tutti gli altri giorni.»
(p. 72)
Voilà. Il ribaltamento è compiuto.
E se la morte e il lutto sono ormai divenuti un problema, ad esso vanno cercate soluzioni.
Sembra che anche da questo punto di vista l'origine vada ricercata là dove l'idea della felicità, della ricerca della felicità prende le mosse - «L' idea della felicità ci riconduce in America, [...]» (p. 79) -, per poi diffondersi nell'Europa industriale e oltre.
All'inizio erano i funeral doctors, oggi sono i vari e diversificati esperti del benessere mentale e affini: sono i doctors of grief , i dottori del lutto «che hanno una missione, come i medici e i preti, e questa missione, fin dall'inizio del secolo, consiste nell'aiutare i superstiti in lutto a tornare alla vita normale.» (p. 78)
Di fatto, morte e lutto diventano oggetto di commercio e di profitto.
Tutto questo e altro ancora, nel libro di Ariès.
Storia della morte in Occidente è un libro fondamentale per comprendere come e perché vanno oggi le cose della morte e del lutto.
Per comprendere come e perché ci si può ritrovare a voler parlare di qualcosa di cui poi, in fondo, nessuno vuole davvero parlare.
Forse il libro può essere utile a chi si trova vicino a una persona che sta vivendo un lutto; forse può essere utile a tanti esperti del settore.
Non da ultimo Storia della morte in Occidente si rivela una chiave di accesso importante per cogliere le più curiose, recenti evoluzioni del tabù alle quali, evidentemente, Philippe Ariès non ha assistito.
Là dove la morte di sé e la morte dell'altro vicino, conosciuto, amato sono concetti e esperienze così lontani da noi, così inaccettabili, collocati su una linea del tempo sempre più lunga, sempre più sostenuta e coadiuvata da medicina, scienza e tecnologia e là dove, come in una sorta di inconscio collettivo, l'unica morte di cui invece sembra lecito parlare, nella quale sembra lecito effondersi, effondersi come non vi fosse mai, appunto, fine, sembra essere: la morte dell'altro lontano, sconosciuto, estraneo, mai realmente incontrato e soltanto fittiziamente noto, conosciuto per il filtro, la mediazione della cronaca e, sempre più e soprattutto dei media audiovisivi digitali.
Là dove la morte di sé e la morte dell'altro vicino, realmente conosciuto semplicemente non esistono, non sono contemplate, non fanno parte del nostro immaginario - e quando poi di fatto la morte davvero irrompe si fa di tutto, ma veramente di tutto per non vederla -, e dove al tempo stesso, come in un vero e proprio altro lato della medaglia, l'unica morte di cui sembra lecito parlare, sembra essere: quella dei misteri criminologici e investigativi, dei casi da risolvere, da analizzare, vivisezionare, la morte della prossima puntata del prossimo true crime, della prossima serie, del prossimo cold case.
Curioso il fatto che nello spazio fluido e virtuale degli schermi e della rete vi siano intere flotte di utenti che trascorrono il loro tempo a discorrere e teorizzare sulle morti di persone che mai hanno realmente incontrato, conosciuto - ed è molto probabilmente proprio per questo e solo per questo che possono parlarne come fanno -, che vi siano interi equipaggi di utenti dediti ad indagare, esplorare, a studiare casi di morte che ancora una volta non hanno riguardato né loro né le persone loro effettivamente vicine e che poi, però, quando la morte passa davvero, quando il dolore è lì, davanti agli occhi e al di là dello schermo. nessuno voglia realmente vederlo.
Risulta curioso che nessuno ma proprio nessuno consigli alle ormai sempre più incommensurabili schiere di indagatori delle morti degli altri di andare a fare, loro, una bella terapia e che ciò, invece, venga costantemente instillato in chi vive il dolore reale per la perdita di una persona realmente amata, realmente conosciuta, realmente nota.
Oltremodo curioso.
Chissà che cosa avrebbe scritto Ariès di questi ultimi, entusiasmanti sviluppi.
