R. Kachler, Il mio lutto ti troverà. Un nuovo approccio al lavoro del lutto
(orig. Meine Trauer wird dich finden. Ein neuer Ansatz in der Trauerarbeit,
Kreuz Verlag, Freiburg i. B. 2005)
Non tradotto in italiano
Siccome in questo caso si tratta di un testo non tradotto in italiano e disponibile solo nell'originale in tedesco, ho deciso di tradurre io la prima parte del primo capitolo allo scopo, che è poi quello che si prefigge questa sezione del sito, di fornire un quadro introduttivo e generale dell'opera. Il mio lutto ti troverà. Un nuovo approccio al lavoro del lutto è il risultato dell'esperienza personale e professionale vissuta dallo psicoterapeuta tedesco Roland Kachler in seguito alla precoce, improvvisa, dolorosa morte del figlio.
Forse è sufficiente questo per evidenziarne il valore.
Proprio in aperta dialettica con la tradizionale psicologia del lutto il libro è esattamente dedicato a: tutto ciò che resta dopo la morte, nel e oltre il dolore della perdita. Ciò che resta dentro, ciò che resta fuori.
Alcuni esempi ulteriori dei capitoli successivi possono confermarne l'idea: Ma l'amore resta - Il lutto come processo relazionale creativo, Il lutto cerca un luogo sicuro o, ancora, Vivere con il ricordo - «Ciò che ho vissuto con te, non va perduto.» Determinanti ed emozionanti per quanto riguarda la relazione, il rapporto con la persona oltre la sua scomparsa fisico-materiale sono i capitoli: Vivere con i simboli della natura e Vivere con la trascendenza.
Nel corso degli anni il libro di Roland Kachler è stato più volte rieditato e attualizzato. anche in risposta all'ottima accoglienza da parte del pubblico.
Ma intanto, come dicevo, l'inizio ...
1. Vivere il lutto: più che dirsi addio!
«Il mio amore per te vuol restare»
Lasciar andare non è necessario -
L'addio ad un dogma della psicologia del lutto
Sto in piedi davanti alla fossa aperta. I trasportatori tirano via il legno da sotto la bara. le corde si tendono. Poi calano lentamente la bara nella fossa. So che in quella cassa di legno c'è mio figlio. Ora sarà definitivo: mio figlio non c'è più. Non è più con me. Il mio sgomento è così grande, da non capire che cosa stia realmente accadendo.
Questo è l'ultimo addio. Devo separarmi da mio figlio, e lui da me. Devo distinguere tra me, il vivo, e mio figlio, il morto. Devo lasciar andare. Rinunciare a mio figlio. Così dice il prete sulla fossa, così dice l'attuale letteratura sul lutto.
Eppure nel mio dolore sento più che mai che: non voglio separarmi, lasciar andare men che meno. Naturalmente so che mio figlio non è più in vita e quindi non è più fisicamente tangibile. E nonostante ciò e proprio per questo non vorrei perderlo, quanto piuttosto continuare a vivere un rapporto con lui - naturalmente un rapporto che ha un aspetto diverso da quello con una persona in vita.
Per quanto mi riguarda si tratta perciò in questo libro di un nuovo modello del vivere il lutto. Un modello che aiuti coloro che restano a vivere con i morti e non senza di loro. Non il lasciar andare è al centro, quanto piuttosto l'amore per il defunto, il quale perdura. Anche se la morte pone fine alla vita del defunto, essa non pone fine all'amore di chi resta.
La morte modifica soltanto la relazione con la persona scomparsa. Nell'amore di chi resta questa relazione continua a vivere!
Non si tratta infatti solo di lasciar andare e di prendere congedo, benché ciò sia e debba essere secondo l'attuale psicologia lo scopo di ogni lutto. Il lutto, così il consenso scientifico, è l' emozione della separazione. Il lutto aiuta il sopravvissuto a lasciar andare il morto. Questo concetto base, il quale ancora oggi influenza l'intera psicologia, lo ha formulato come segue Sigmund Freud già nel 1913 nel suo scritto «Totem e tabù»: «Il lutto deve svolgere un compito psichico ben specifico, esso deve distaccare i ricordi e le aspettative del sopravvissuto dal defunto.» (Freud, Opere complete, vol. IX, p. 82). Nel suo scritto «Lutto e malinconia» (Freud, Opere complete, vol. X), il quale ha molto influenzato la psicologia del lutto, Freud approfondisce ulteriormente questo approccio. Il distacco richiede grande energia da parte di chi vive il dolore. Pertanto questo processo viene descritto da Freud come «lavoro del lutto». Consiglia quindi espressamente fino ad oggi la psicologia:
- impara a vedere la morte della persona come realtà!
- accetta che il defunto non ci sia più!
- lascia andare il defunto!
- dì addio a lui e alla vostra vita trascorsa insieme!
- impara a vivere senza la persona morta!
- costruisci una nuova vita senza la persona morta!
Anche io come terapeuta ho sempre dato questi consigli [...], nella speranza che la persona in lutto lasciasse «finalmente» andare.
Naturalmente percepivo che con ciò le persone che vivevano il dolore non si sentivano davvero comprese e che non di rado esse opponevano delle resistenze al mio incitamento a lasciar andare. Ma io pensavo si trattasse di una resistenza passeggera e che la persona interessata non fosse ancora «così pronta» per questa separazione. Con l'aiuto della psicologia del lutto sarebbe dovuta giungere a lasciar andare, in fondo in quanto psicologo pensavo di sapere ciò che fosse necessario e di ausilio nel dolore. In questo senso argomentavo in assoluta corrispondenza con tutta la letteratura sul tema. Non ne sapevo di più. Io stesso non avevo fino ad allora vissuto una perdita grave e non conoscevo i profondi sentimenti di chi vive un lutto per esperienza diretta.
Le perdite piccole, meno gravi che avevo vissuto fino a quel momento, erano assolutamente superate con il lasciar andare. Per perdite più leggere potrebbero essere sufficienti i modelli del lutto e le raccomandazioni attuali. Ma non per perdite gravi, dolorose di persone molto vicine.
Così nel dolore per mio figlio non mi sentivo compreso nemmeno dalla corrente letteratura sul lutto. Un vero aiuto lì non lo trovavo. Al contrario: la mia rabbia nei confronti della psicologia, dei manuali sul lutto cresceva sempre di più. Perché lì la mia mostruosa nostalgia per mio figlio non viene vista, figuriamoci compresa? Perché lì non si accetta il fatto che io non voglio lasciar andare? Io invece voglio trattenere, naturalmente non il morto, che giace davanti a me nella bara, non la salma. Ma qualcos'altro - vale a dire l' essere, la forma, la persona, il tu della persona amata. Perché la letteratura sul lutto non aiuta in questo? Perché non mi sostiene nel trovare un altro, nuovo, ma non meno intenso rapporto con mio figlio?
In questo desiderio di una relazione interna vorrei io fornire aiuto, non a lasciar andare!
E nel frattempo so che molte persone in lutto cercano proprio in ciò un sostegno, ma in questo senso vengono lasciate sole dalla psicologia.
Perciò scrivo questo libro - come aiuto per altre persone in questo del tutto diversamente compreso processo del lutto e come descrizione del mio personale percorso verso una nuova relazione con mio figlio. Per questo mi sono distaccato dalle comuni rappresentazioni della psicologia del lutto e mi sono affidato alle mie esperienze personali. Ho parlato con altre persone, la cui perdita risale a due, otto o più di vent'anni fa. Di volta in volta ho scoperto in me e negli altri che il rapporto con il defunto non è finito. Esso prosegue, diversamente sì, ma non con meno vicinanza, non con meno amore - al contrario.
Com' ero sollevato, quando poi nelle mie ricerche mi sono imbattuto nella più recente letteratura americana sul lutto, nella quale vedevo confermate le mie esperienze. Dennis Klass e i suoi colleghi (Klass, Silverman, Nickman 1996)* hanno mostrato in tante indagini empiriche che genitori, fratelli/sorelle, vedovi e vedove e partner in lutto continuano a vivere il rapporto con la persona defunta.
La vostra riluttanza a lasciar andare va bene, Prendetevi sul serio nei vostri sentimenti e desideri, qualunque cosa vi possano pur dire i manuali sul lutto o altri come gli psicologi. i medici, i parenti o gli amici.
I vostri sentimenti vi dicono giustamente: lasciar andare e dire addio è solo una parte dell'esperienza del dolore - ma non tutto!
*D. Klass, Ph. R. Silverman, S. L. Nickman (eds.), Continuing Bonds. New Understandings of Grief. Taylor and Francis, 1996 (ndr)
