Utilizzo volentieri per me la parola: vedova.
A un certo punto ho constatato questa cosa.
A un certo punto è venuta un po’ da sé.
Altri forse preferiscono evitare i termini: vedova, vedovo.
Io preferisco vedova al giro di parole che dovrei usare.
Perché vedova dà esattamente voce a quella cosa che, per quanto mi riguarda, è stata fin da subito tra le poche veramente chiare, direi cristalline.
Quella cosa che si lascia riassumere nei termini per cui: IO NON HO PERSO SOLTANTO IL PARTNER.
Il compagno di una relazione di coppia, di una relazione sentimentale.
Io non ho perso soltanto questo.
Davvero, no.
Assolutamente, no.
Io mi sono sentita molto più vedova delle vedove di fatto che ho visto quel paio di volte a quegli incontri.
Semplicemente eravamo su altri livelli.
Loro non sembravano le sopravvissute di un cataclisma.
Loro apparivano ancora come forme integre.
Loro avevano avuto tempo.
Utilizzo volentieri per me la parola vedova, perché vedova fa da esatto contraltare a quell’altra cosa, quella che a più riprese, di qua e di là, a volte piano, altre a voce alta: mi è passata per le orecchie.
Per quanto mi riguarda: una vera e propria pugnalata.
Vedova fa da esatto pendant a quel: «Sei ancora così giovane.»
Come se il punto, poi, fosse questo.
Come se davvero si trattasse soltanto di questo.
Come se il fatto di non essere ancora anziana, di non essere anziana rispetto ai parametri del nostro tempo e del nostro spazio, come se questo fatto in sé: avesse dovuto diminuire il mio dolore.
Come se il dato in sé avesse dovuto rimpicciolire il mio lutto.
In qualche modo attenuare la mia costernazione.
La più radicale costernazione di questa mia vita.
E pensare che io improvvisamente mi sono sentita: una settantenne, un'ottantenne, un' anziana.
E pensare questo.
Altro che: «Sei ancora così giovane.»
E QUINDI: «Hai tutto il tempo per trovare qualcun altro.» – anche se questa seconda parte spesso resta nel non detto.
Come se davvero si trattasse soltanto di questo.
Di trovare il sostituto.
Correggere l’errore.
Di riparare il danno.
Trovare la soluzione per l’ennesimo problema.
Davvero.
Come se in questa vita di altro non si trattasse.
Di null’altro se non: di un'incessante corsa alla conquista e riconquista della felicità.
Di null'altro se non: di essere felici, tornare e ritornare, nel modo più veloce e – per favore! – più discreto e più silenzioso possibile: a essere felici.
E come se ciò dovesse valere per tutti, sempre e indistintamente.
Che sollievo è stato aver incontrato a un certo punto le parole di Philippe Ariès.
«Una causalità immediata salta subito all’occhio: la necessità d’essere felici, il dovere morale e l’obbligo sociale di contribuire alla felicità collettiva evitando ogni causa di tristezza o di noia, dandosi l’aria di esser sempre felici, anche se si tocca il fondo della desolazione. Mostrando qualche segno di tristezza, si pecca contro la felicità, la si rimette in discussione, e allora la società rischia di perdere la sua ragion d’essere.»
Che liberazione è stata.
(Citazioni tratte da: Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano 1978, p. 74 (orig. 1975)
Vedi anche: Lutto: Libreria e Rete)
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Nora
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