Sul mito del: lasciar andare. Ma davvero dobbiamo?

Lasciar andare. Ancora e ancora incontriamo, sentiamo, leggiamo questo termine quando viviamo il dolore per la perdita di una persona amata. È un ritornello, un leitmotiv, anche se mi spiace usare in questo senso il termine: un mantra.  

Lasciar andare il defunto o la defunta, ma io vorrei dire direttamente il morto o la morta

Lasciar andare l'evento morte e ciò che esso ha comportato e portato nella nostra vita. 

Lasciar andare il dolore e tutto l'immenso, potente, potentissimo ventaglio di emozioni, stati d'animo, percezioni, reazioni che la morte e il lutto sono in grado di muovere. 

Lasciar andare tutto questo, lasciare tutto questo dietro di noi e: guardare avanti!

Quante volte sarà capitato di sentirlo anche a te che stai leggendo queste righe. 

Probabilmente tante, tantissime, innumerevoli. 

 

Sembra non possa esservi altro modo per sopravvivere alla perdita. 

Altro modo se non considerare l'evento morte, la perdita e il lutto: qualcosa che in fondo non appartiene davvero alla nostra vita. Un contingente impedimento da archiviare al più presto.  

Sembra non possa esservi altro modo per sopravvivere alla perdita se non espungendo dalla nostra vita ogni ulteriore contatto, relazione, collegamento con la persona morta per il puro e semplice fatto che: essa non ha più un corpo. 

Tra le cose che addirittura può capitare di sentir dire - a me è capitato -, c'è quella per cui il nostro dolore, il nostro immenso, infinito, incalcolabile dolore, il nostro dolore del corpo, della mente, dell'anima e, quindi, il fatto che ci manchi la terra sotto i piedi, che non sappiamo più dove sbattere la testa, che ci sentiamo letteralmente sopraffatti dal senso della perdita irreversibile, che tutto questo addirittura; sia nocivo per il defunto, che ne impedisca il viaggio verso le alte sfere. 

Come se la persona morta avesse a sua volta di colpo dimenticato, cancellato, rimosso la nostra esistenza, il rapporto che ci ha legato e l'immenso dolore che la rottura ha portato. Come se il morto non sentisse, non sapesse tutto questo. Come se il morto, di fatto, non esistesse. 

Mi ricordo quando ho scritto: «Ah! Ma io lo so, io ti ho visto Christian, io ti ho visto dall'altra parte, al di là, ti ho visto. Ho visto la tua disperazione. È uguale alla mia.»

Come se tutto questo non esistesse. 

 

Lasciar andare. 

Ma è davvero così semplice? Ma è davvero così che vanno le cose? Davvero dobbiamo, davvero possiamo lasciar andare così facilmente ciò che della persona morta resta, resta in noi, presso di noi

Perché è come se, persa una gamba, qualcuno venisse e dicesse:  «Ti tagliamo anche l'altra. Così starai meglio.» Mi rendo conto che il paragone è brutale, ma è necessario per capire ciò di cui qui effettivamente si parla. 

Lasciar andare. Ma perché mai noi dovremmo, dopo la perdita materiale della persona, voler perdere anche tutto ciò che di quella persona ancora resta e ci resta?

Perché mai? Perché dovremmo essere così brutali noi, con noi stessi?

 

Può darsi poi che lasciar andare sia per altri un bene, per carità, ma: di fatto non siamo tutti uguali, non reagiamo tutti allo stesso modo al dolore, alle situazioni realmente complesse di questa vita, per le quali non c'è istruzione alcuna, indicazione, indirizzo. Se infatti tutta la nostra vita appare costantemente indirizzata, prescritta, pressoché predetta nelle sue tappe, per la morte e il dolore della perdita non ci viene fornito nessun reale strumento, nessuna reale risorsa, nessuna precisazione. Morte e lutto restano nella nostra esistenza un buco nero. 

 

Lasciar andare è stato lo standard delle terapie del lutto dello scorso secolo. Del resto è soltanto nel secolo scorso che la morte e il lutto sono diventati tabù. In Storia della morte in Occidente Philippe Ariès descrive bene questo stato di cose nei capitoli La morte proibita e La morte capovolta

Scrive Ariès: 

 

«Il lutto, quindi, non è più un periodo necessario, di cui la società impone il rispetto, è divenuto uno stato morboso che bisogna curare, abbreviare, cancellare.» 

(p. 79)

 

All'inizio del XX secolo Sigmund Freud utilizza in Totem e Tabù il termine tedesco, il verbo ablösen. C’è nel termine ablösen, nella preposizione ab tutto il senso del: togliere, eliminare, sottrarre. L’idea del distacco

È questa l'idea principale degli approcci, delle terapie, delle elaborazioni del lutto che hanno da qui preso forma ed è questa l'idea che in fondo sembra ancora oggi albergare in tanti modelli terapeutici e soprattutto nella concezione comune: l'idea della necessità del distacco, della separazione, dell'estinzione di ogni forma di collegamento con il defunto e la sua morte come condizione necessaria per continuare a vivere.

 

Chiaro è, che se per me così non fosse, non starei qui a scrivere queste cose. 

Ma sarà certamente più interessante sapere che lo stesso Freud ha poi cambiato idea.

E ancora più interessante sapere che lo ha fatto: dopo la morte della figlia Sophie

Non a caso, infatti, questo suo fondamentale ripensamento, questa chiave di volta si trova proprio sulla homepage di questo mio blog. 

Nove anni - vorrei davvero sottolinearlo ancora una volta - nove anni dopo la morte della figlia Freud scrive:

 

«Benché sappiamo che dopo una [...] perdita cesserà lo stato acuto del lutto, sappiamo anche che resteremo inconsolabili e che non potremo trovare il sostituto. Qualsiasi cosa possa colmare il vuoto, ammesso che possa essere del tutto colmato, resterà comunque qualcosa di diverso. Ed è ciò che deve effettivamente accadere. È il solo modo per perpetuare quell'amore a cui non vogliamo rinunziare.» 

(Lettera di condoglianze a Binswanger, 1929)

 

Sembra, insomma: che l'amore possa restare! Che bello!

Che liberazione! 

L'amore può restare.

L'amore resta. 

Il legame resta. 

Cambia. È chiaro, non potrebbe che essere così. Per forza di cose, perché la persona non c'è più materialmente (ma poi, anche su questo: è davvero così?)

Comunque, fino al XIX secolo e ancora prima e ancora di più nelle culture arcaiche e preindustriali ancora connesse alla natura, scrive Ariès: (p. 62): 

 

«Si pensa, e si sente anche, che la società è composta insieme dai morti e dai vivi, e che i morti sono altrettanto significativi e necessari dei vivi» 

(p. 62)

 

È probabilmente qualcosa che, se stai leggendo queste righe, ti sei ritrovato a pensare, a sentire o, forse, è qualcosa che stai provando esattamente adesso, in questo momento: quella cosa per cui la persona morta è sì materialmente scomparsa, non c'è piega del reale che non ricordi questo atroce fatto, non c'è probabilmente momento della giornata in cui questo non sia evidente in tutto il suo brutale, cristallino aspetto ma, al tempo stesso e come se non vi fosse l'uno senza l'altro: la persona morta è ancora, assolutamente, in tutto e per tutto, con il suo carattere, il suo aspetto, i suoi pregi e i suoi difetti, la sua storia, il suo modo di fare, le cose che diceva: presente dentro di te. E vorrei aggiungere: e non solo

Quella cosa per cui forse non hai mai smesso di parlare, di comunicare con la persona morta solamente perché essa non ha più un corpo. 

Non hai mai smesso di provare l'amore, l'amicizia, il bene che provavi per quella persona quando era in vita. 

Quella cosa per cui: tutto è molto, molto più di un ricordo

 

Ecco, tutto questo,

Tutto questo può restare.

L'amore può restare. 

 

È quanto anche lo psicoterapeuta tedesco Roland Kachler ha detto, ha scritto nel libro non tradotto in italiano, ma del cui titolo la traduzione sarebbe; Il mio lutto ti troverà. Un nuovo approccio al lavoro del lutto

Anche nell'esperienza di Roland Kachler c'è un elemento decisivo: il fatto è che lo psicoterapeuta ha scritto questo libro quando. o meglio dopo: dopo che suo figlio è uscito di casa senza mai più tornare

Dopo aver provato sulla sua pelle che la maggior parte delle cose, la stragrande maggioranza delle cose che egli stesso nel suo studio si ritrovava a dire ai suoi pazienti in lutto - nel peggiore dei casi in lutto proprio per la perdita di un figlio -, che la più parte di tutto questo: non serviva a niente. 

Non per quel tipo di dolore, non per quel tipo di perdita, non per quel tipo di esperienza che ora, lui stesso, si trovava a vivere.  

Altrettanto interessante è il fatto che l'autore e psicoterapeuta racconta di aver avuto già prima la netta sensazione che i suoi consigli, le sue parole, le sue sedute di psicoterapia: non potessero aiutare davvero, fino in fondo le persone coinvolte dal grave dolore per la perdita

Per me si tratta di un punto fondamentale.

Perché a leggere e a sentire molti esperti del settore, del settore dell'elaborazione del lutto ci si chiede a un certo punto, almeno io me lo sono chiesta: se queste persone abbiano mai vissuto effettivamente l'esperienza della perdita. Se abbiano mai vissuto un lutto veramente grave nella loro vita. Ce lo si chiede dal momento che i percorsi di cui parlano sembrano grosso modo l'uno la riproposizione dell'altro, quasi generati da una comune intelligenza, essi appaiono come delle ricette, fatte di fasi, di momenti distinti l'uno dall'altro alla fine dei quali vi sarebbe o dovrebbe esservi la tanto agognata riabilitazione alias il ritorno alla vita normale

Ci si chiede davvero se molti di questi giovani, sempre molto e sempre più giovani esperti della mente, giovani e smart operatori del benessere mentale: se essi abbiano mai vissuto ciò di cui parlano, di cui scrivono

Scrive del resto Ariès:

 

«In teoria, il giovane di oggi può raggiungere l'età adulta senza aver mai visto morire nessuno.» 

(p. 207)

 

L’amore può restare, l’amore resta e non c’è nulla che dobbiamo lasciar andare, là dove non vogliamo.

Tutto ciò che la persona è stata in questa vita: resta dentro di noi. Per quanto mi riguarda, molto più che dentro di noi. Sembra sia questo il punto cui si arriva dopo aver vissuto una grave perdita. 

Vorrei sottolineare: dopo

 

Un'incursione, questa, nel trito e ritrito tema del: lasciar andare. 

 

Se hai vissuto o stai vivendo un lutto grave e vuoi lasciare un tuo pensiero, ricordo, una tua testimonianza, puoi farlo qui sotto. 

Nora  

 

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Opere citate

Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano 1978 (orig. 1975). Vedi anche: Lutto: Libreria e Rete

 

S. Freud, Totem e tabù, Laterza, Bari 1930 (orig. 1913)

 

R. Kachler, Meine Trauer wird dich finden. Ein neuer Ansatz in der Trauerarbeit, Kreuz Verlag 2005 (Il mio lutto ti troverà. Un nuovo approccio al lavoro del lutto, non tradotto in italiano). Vedi anche: Lutto: Libreria e Rete.

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