La stragrande maggioranza dei contenuti dedicati all' elaborazione del lutto parlano di un tempo che oscilla fra i 6 e i 12 mesi, varcando a volte la soglia ulteriore dei 18 e mai superando quella dei 24.
Sembra dunque esistere un tempo ufficialmente concesso al lutto, oltre il quale sembra tuttavia lecito chiedersi; che cosa dovrebbe mai avvenire? Quale la linea di demarcazione tra questo tempo e ciò che viene dopo? Davvero il nostro dolore si trasforma così regolarmente come queste periodizzazioni di fatto descrivono fino poi a scomparire entro un tempo certo, determinato e uguale per tutti?
Per quanto mi riguarda, evidentemente: no!
Altrimenti non starei qui a scrivere questo blog.
Ho ascoltato e letto esperienze di altre persone che hanno vissuto, che vivono la stessa cosa.
Sembra esserci una discrepanza tra teoria e pratica, tra ciò che si descrive, si prescrive, si teorizza sul lutto e ciò che sembra l'esperienza delle persone direttamente da esso coinvolte.
Ma il punto non è neanche tanto questo.
O almeno non solo questo.
Il punto non è neanche tanto quello per cui poi in tutte queste periodizzazioni non sembra esservi alcuna reale attenzione per il fatto che non tutti i lutti, non tutte le perdite, non tutte le morti: hanno lo stesso impatto.
Neanche tanto quello per cui in fondo sembra di trovarsi di fronte a una vera e propria omologazione del dolore.
E neanche il fatto che se pure si accenna a differenziazioni, di queste poi non sembra esservi traccia fattuale nelle soglie temporali sopra dette.
Il fatto non è neanche tanto questo.
Anche se di suo, basterebbe.
Ma c'è di più.
Per quella che è stata la mia esperienza, infatti, c'è un aspetto ulteriore, forse ancora più determinante, sottile ma determinante.
Per quella che è stata la mia esperienza, infatti, c'è un dato che letteralmente sfugge a tutte queste e a qualsivoglia altra potenziale scansione temporale.
Quello per cui questo tempo del lutto di cui tanto si argomenta poi, al di là dei 6, dei 12, dei 24 mesi per richiamare ancora le più comuni soglie ufficialmente riconosciute: DI FATTO NON ESISTE!
Il lutto singolo, individuale, privato come usa dire, può trovare oggi espressione negli spazi della psicoterapia, nei gruppi di incontro, in quelli virtuali o nei singoli profili dei media sociali ma, emerge da sé, tutti questi contesti sono di loro, per definizione, in sé, contesti protetti, riparati, schermati si potrebbe dire rispetto al consueto scorrere della vita il quale, invece, risulta molto più orientato ad un altro tipo di principio e atteggiamento: continuare a fare esattamente come tutti gli altri giorni e cioè come prima della perdita o, perlomeno, tornare a farlo il prima e nel modo più discreto possibile.
Di fatto, ci si può ritrovare ad andare in terapia a dare voce al proprio dolore per poi, fuori, doverlo costantemente camuffare, mitigare, mascherare.
Un controsenso in sé.
Per quella che è stata la mia esperienza, di fatto, oggi il lutto non ha alcuno spazio pubblico e, ciò, indipendentemente da quanti mesi, da quanto tempo sia trascorso dalla perdita.
Una certa perplessità sorge allora quando si apprende che poi, oltre le periodizzazioni canoniche entro le quali il lutto si dovrebbe risolvere, si aprono le soglie della stigmatizzazione patologica: allora si parla di lutto cronico, irrisolto, complicato.
La perplessità è data ancora di più dal fatto che, come detto, il tempo del lutto che pure almeno teoricamente viene riconosciuto nei tanti articoli, contributi, contenuti a esso dedicati poi, alla luce dei fatti, non esiste, non corrisponde a nulla, non ha una sua forma riconosciuta, condivisa, partecipata.
Al di là di rare, rarissime eccezioni se si ha la fortuna di averle ma, si capirà la questione è ben più generale, l'unica cosa che alla persona in lutto verrà richiesta, indipendentemente da quanto tempo sia trascorso - davvero, indipendentemente! - è di continuare a comportarsi come se la morte non fosse mai passata.
Potrebbe poi essere curioso notare che Sigmund Freud non ha mai parlato di lutto patologico. A questo e ad altre interessanti argomentazioni è dedicato il più recente seminario Lutto e malinconia.
Può valere la pena ricordare anche il fatto che per un tempo lunghissimo della storia umana e cioè fino all'inizio dello scorso XX secolo il lutto si muoveva su tracciati letteralmente opposti.
Di fatto nessuno si sarebbe mai aspettato dalla persona in lutto che questa continuasse a vivere, a comportarsi, a fare comunque come se la morte mai fosse passata e cioè ad avere un atteggiamento uguale a quello di tutti gli altri giorni: il contrario.
In Storia della morte in Occidente Philippe Ariès restituisce così il senso della contrapposizione tra ieri e oggi, là dove:
«[...] il superstite affranto deve nascondere il suo dolore, rinunciare a ritirarsi in una solitudine che lo tradirebbe e continuare senza pause la sua vita di relazioni, di lavoro e di svaghi. Altrimenti sarebbe escluso, e questa esclusione avrebbe tutt'altra conseguenza della reclusione rituale del lutto tradizionale. Questa era accettata da tutti come una necessaria transizione e comportava temperamenti anch'essi rituali [...]. Oggi invece ha il carattere di una sanzione analoga a quella che colpisce i declassati, i malati contagiosi, [...]. Respinge gli afflitti impenitenti dalla parte degli asociali. Chi vuol risparmiarsi questa prova deve perciò tenere la maschera in pubblico, e deporla soltanto nella più sicura intimità [...]».
(p. 214)
Nelle società in cui la morte era molto più frequente e precoce rispetto ad oggi ed in cui l'evento-morte stesso era iscritto in specifici rituali convenzionali, il lutto è stato per secoli «il dolore per eccellenza» (p. 201), ritualizzato a sua volta in una serie di atteggiamenti e comportamenti che, seppure hanno subito nel corso del tempo delle modificazioni, non hanno però perduto il senso originale conferito al tempo del lutto: una fase reale, effettivamente riconosciuta, una concreta fase di schermatura del superstite dai ritmi e dalle incombenze consuete della socialità.
Un tempo in cui poter soffrire in santa pace.
Oggi la schermatura appare quanto più artificiosa, di fatto a sua volta confinata nei contesti delle terapie del lutto, dei gruppi e dei contesti di condivisione virtuale ma, al di là di ciò, essa risulta essere assolutamente inconsistente nell'effettiva, comune, condivisa percezione.
Il tempo del lutto esiste oggi sulla carta di tanta letteratura scientifica e dell'infinita serie di contributi dedicati all' elaborazione del lutto da esperti del settore del benessere mentale e affini, esiste nell' esperienza dei singoli ma esso non ha alcuna collocazione, alcun posto, alcuno status sociale. Il lutto è oggi assolutamente evanescente.
Del resto proprio i capitoli, o meglio i singoli saggi in cui lo storico Philippe Ariès ripercorre le evoluzioni degli atteggiamenti verso le cose della morte e del lutto nel secolo scorso, sono intitolati: La morte proibita e La morte capovolta.
La necessità di terapizzare il lutto si presenta soltanto quando la morte, un tempo così familiare, diventa il principale tabù dell' essere umano delle società industriali e post-industriali, basate sul mantenimento dello stato di profitto legato a quello di felicità.
Sul libro di Ariès si può vedere qui anche: Lutto: libreria e rete.
Infine, ma non per importanza: tra le altre cose che sembra debbano far parte dell' attuale, canonica elaborazione del lutto c'è il distacco, preferibilmente completo e altrimenti quanto più possibile consistente, da ogni legame, rapporto, relazione con il defunto o la defunta in virtù del solo fatto che essa non ha più un corpo fisico-materiale. Come se la scomparsa materica dovesse necessariamente corrispondere a una scomparsa interiore. Come se noi smettessimo di sapere improvvisamente tutto ciò che abbiamo saputo, amato, a volte anche criticato della persona scomparsa nel momento in cui questa smette di avere un corpo.
Parlare del morto o della morta, ricordarlo/a attivamente, dichiarare di pensare a lui o a lei: già solo queste sono cose che il nostro tempo e il nostro spazio prevalentemente non vogliono sentire.
Figurarsi, poi, anche solo sfiorare l' idea dei contatti, della comunicazione oltre la morte: qui il rischio è la censura vera e propria, se non almeno l'etichettatura che va dallo strambo al morboso, all'anormale.
Come se il mantenimento di un legame attivo con la persona defunta fosse di suo un impedimento alla totale riabilitazione.
Di questi aspetti ho scritto anche nel precedente post: Sul mito del: lasciar andare. Ma davvero dobbiamo?
Particolarmente impressionante in questo senso è il lavoro dello psicoterapeuta tedesco Roland Kachler, il quale ha rimesso in discussione molti dei presupposti delle tradizionali terapie del lutto che egli stesso proponeva ai suoi pazienti, e cioè quando in prima persona si è ritrovato a vivere il gravissimo lutto per la perdita improvvisa del figlio. Anche su questo si può vedere qui: Lutto: libreria e rete.
Se è vero che alcune eccezioni, alcuni esempi, alcune tendenze sembrano pure esservi per un' elaborazione del lutto più vicina ai dati della realtà, più autentica e cioè più verosimile, se di questa necessità testimoniano le singole esperienze di chi vive il lutto, dall'altra parte è innegabile che la stragrande maggioranza dei contenuti e delle terapie dedicati all' elaborazione della perdita riflettono ancora in buona parte le tradizionali impostazioni del distacco, dell' estinzione del dolore da compiersi in un tempo determinato e uguale per tutti. Un tempo del quale, tra l'altro, si è più sopra evidenziata la diffusa inconsistenza.
Sembra non possa esservi altro modo per sopravvivere.
Ma, davvero?
Se hai vissuto o stai vivendo un lutto grave e vuoi lasciare un tuo pensiero, ricordo, una tua testimonianza, puoi farlo qui sotto.
Nora
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Citazioni e riferimenti:
Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano 1978 (orig. 1975)
R. Kachler, Meine Trauer wird dich finden. Ein neuer Ansatz in der Trauerarbeit, Kreuz Verlag 2005 (Il mio lutto ti troverà, Un nuovo approccio al lavoro del lutto, non tradotto in italiano)
R. Valdrè, Seminari freudiani, Lutto e malinconia, 2021
https://www.youtube.com/watch?v=btdtjzNOKeg&list=PLPlpGdIOVj4gVZ93g56Vmsfp8s3897yhj&index=3

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