Non che non vi siano.
Che non siano importanti.
Che il loro valore non risulti già dalla parola stessa.
Eccezioni.
Non che tutto questo non si abbia qui presente.
Avere vicino, intorno a noi anche solo una persona con la quale non dobbiamo camuffare il nostro dolore per la morte di una persona cara, è una grande, infinitamente grande eccezione.
Qualcuno con cui poter essere autentici, non dover smorzare, mitigare.
Qualcuno che non ci vuole correggere nel nostro dolore.
Un'eccezione infinitamente grande.
Per carità, non che qui si voglia mettere in dubbio questo.
Può trattarsi di un familiare, di qualcuno che ci è già vicino, ma non necessariamente.
Insomma, sia come sia le eccezioni sono un bene in sé e il mio auspicio, per chi sta leggendo questa pagina, è di poter fare questa esperienza.
Ma, è probabile che sia già venuto fuori nei post precedenti, la questione non si esaurisce - ahimè! - nelle eccezioni.
Il punto non possono essere le sole eccezioni.
Il punto è, allo stesso modo, tutto ciò che c'è intorno alle eccezioni.
Ciò che avviene, che ha luogo, che si ripete al di là delle eccezioni.
Altrimenti io non avrei avuto la necessità di scrivere questo blog .
Il valore delle eccezioni resta in sé dato proprio dal contrasto con l' uniformità di ciò che attorno a esse si estende.
Il punto sono le altre, la più parte, la stragrande maggioranza delle altre situazioni, circostanze, dinamiche che costellano quella strana cosa che nel lutto è: la quotidianità.
Il punto è ritrovarsi a sentir parlare di tutto, ma veramente di tutto, tranne del fatto che: la morte è passata.
Il punto è l'aspettativa del come stai? Bene. Meglio. Talmente meglio e talmente bene che è come se nulla fosse mai accaduto.
Il punto è il ricorrente, diffuso camuffamento del dolore e, prima ancora, della morte.
Si direbbe, una questione di sistema.
In fondo non c'è in questo nulla di strano, se si considera che il tempo e lo spazio del lutto poi oggi, almeno questa è stata la mia esperienza: non corrispondono a nulla di socialmente consistente. Lo spazio del dolore è oggi confinato alle terapie, alla dimensione privata e ai pochi altri contesti dedicati al lutto - i vari gruppi reali e virtuali - ma, al di là di ciò, l'unica cosa che davvero ci si aspetta da una persona che sta vivendo un lutto è che essa continui a vivere, a comportarsi, a fare e insomma a essere esattamente tutto ciò che era prima della perdita.
Un'incongruenza in sé.
Ho già scritto di questi aspetti nel post: Lutto e aspettative sociali.
Non diversamente, e come potrebbe essere altrimenti, vanno le cose per quanto riguarda la letteratura sul lutto, la sua divulgazione e applicazione. Di fatto i percorsi terapeutici, i percorsi di elaborazione del lutto, ma anche una quantità enorme di articoli e testi reperibili online dedicati al tema da esperti della salute e del benessere mentale e affini, risultano ancora profondamente, quasi meccanicamente inspirati dai concetti del distacco, del lasciar andare, del superamento del dolore da compiersi entro un certo tempo - pena la stigmatizzazione patologica; un tempo che, nel suo limite massimo, dovrebbe essere lo stesso per tutti, indipendentemente, a conti fatti, dal tipo di lutto, dalla sua gravità e dal suo impatto.
Oltre che nel post già sopra indicato, Lutto e aspettative sociali, ho scritto delle tendenze, degli orientamenti, delle formulazioni che fanno eccezione a questa linea macroscopica nel post Sul mito del: lasciar andare. Ma davvero dobbiamo?
Un esempio più specifico, l'esperienza dello psicoterapeuta tedesco Roland Kachler, si trova nella sezione Lutto: Libreria e Rete,
Viva le eccezioni e lunga vita alle eccezioni!
Ma: ciò non implica che il resto non ci sia.
Non si può non vedere il resto.
Esso: è troppo grande, troppo esteso, troppo diffuso, per non essere visto.
Se hai vissuto o stai vivendo un lutto grave e vuoi lasciare un tuo pensiero, ricordo, una tua testimonianza, puoi farlo qui sotto.
Nora
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